I giovani ci guardano. E noi, cosa stiamo dicendo?

La pubblicità arriva ovunque. Scorre nelle storie, interrompe i video, compare in mezzo a una canzone, apre una pagina di ricerca, accompagna un tutorial.
Ma quando parliamo di performance, reach, impression… ci ricordiamo che dall’altra parte c’è una persona che ascolta?  

E se quella persona è una ragazza di 16 anni, un ragazzo di 13, un student di 20**?

Se il marketing è un linguaggio, allora stiamo parlando alle nuove generazioni ogni giorno.
La domanda è: con che tono lo stiamo facendo?

Comunicare ai giovani non è solo una strategia. È una responsabilità

Nel marketing moderno si dice spesso che bisogna “intercettare i giovani”.
Ma i giovani non sono un segmento.
Sono il futuro. E stanno crescendo dentro un ecosistema dove il digitale non è uno strumento, è una parte del sé.

Quello che vedono, sentono, ricevono, assorbono online plasma il modo in cui si percepiscono.
E noi, come professionisti della comunicazione, non possiamo fare finta che non sia anche colpa o merito nostro.

  • Quando promuoviamo un ideale estetico irraggiungibile, stiamo seminando insicurezza.
  • Quando diamo valore solo alla performance, stiamo alimentando l’ansia da prestazione.
  • Quando rendiamo tutto un “prodotto da desiderare”, stiamo educando al consumo compulsivo.
  • Quando comunichiamo paura, scarsità, urgenza, stiamo insegnando a vivere in difesa.

E spesso, lo facciamo senza volerlo.
Perché siamo presi dalla fretta.
Dalle deadline.
Dalla richiesta di numeri da portare a casa.

Ma ogni ADV è un atto culturale.
Anche quando è una sponsorizzata da 15 secondi.

Il digitale è uno spazio educativo. Che ci piaccia o no

I giovani imparano da chi comunica bene.
Non solo dalla scuola o dalla famiglia.

Imparano dai creator.
Imparano dai brand che amano.
Imparano dal modo in cui una pubblicità racconta il successo, la bellezza, il futuro, la felicità.

E allora noi, cosa insegniamo?

Vogliamo davvero continuare a vendere sogni irrealistici in pacchetti da 9,90€?
O possiamo usare la comunicazione come strumento di crescita collettiva?

L’impatto vale più del CTR. E resta più a lungo

La comunicazione ai giovani non è un luogo per sperimentare tecniche di persuasione.
È un terreno sacro.
Un terreno dove si formano le identità, i desideri, i valori.

Possiamo scegliere di fare:

  • una pubblicità che vende
  • o un contenuto che risuona
  • un messaggio che accelera
  • o un messaggio che accompagna

 

Stractegy ha scelto.
Abbiamo scelto di lavorare con chi vuole comunicare con cura, con coscienza, con coraggio.

Non sempre è la via più facile.
Ma è quella giusta.

Comunicare bene non vuol dire comunicare perfettamente

Vuol dire stare in ascolto.
Vuol dire sapere che ogni parola ha un peso, anche se la scrivi in una caption da 150 caratteri.
Vuol dire non sottovalutare mai l’impatto che hai quando scegli un tone of voice, una foto, un copy.
E vuol dire anche sbagliare.
Ma sbagliare provandoci davvero.
Non “perché tanto lo fanno tutti”.

Se vogliamo parlare ai giovani, dobbiamo cominciare ad ascoltarli

Il futuro della comunicazione non sarà “target-oriented”.
Sarà “relationship-oriented”.

E per costruire relazioni, serve fiducia.
Serve empatia.
Serve autenticità.

Non c’è brief che valga più di questo:

                 se oggi un giovane incontra il tuo brand per la prima volta, che idea si farà del mondo grazie a te?

Se non hai una risposta, fermati.
Respira.
Riparti da lì.

Conoscere le generazioni per comunicare meglio

Quando parliamo di “giovani”, spesso lo facciamo in modo generico. Ma oggi più che mai, la conoscenza delle generazioni è fondamentale per capire con chi stiamo parlando, e come.

Ogni generazione è figlia di un tempo preciso, di crisi o rinascite, di miti collettivi e tecnologie abilitanti. E ogni generazione ha un rapporto diverso con i media, la fiducia, la partecipazione, il cambiamento.

Fare comunicazione consapevole significa anche sapere chi c’è dall’altra parte dello schermo. Ecco una panoramica delle generazioni attualmente in vita e delle loro principali caratteristiche:

 

Baby Boomer (1946–1964)

Sono nati nel periodo del boom economico e demografico. Valori forti: famiglia, lavoro, progresso, stabilità.

Molti brand li sottovalutano, ma restano una generazione con un forte potere d’acquisto, oggi sempre più presenti online (soprattutto su Facebook) ma spesso diffidenti verso il digitale.

🔍 Attenzione: usare linguaggi semplici e diretti, evitare tecnicismi digitali e valorizzare i benefici concreti.

 

Generazione X (1965–1980) 

Generazione “ponte” tra analogico e digitale. Alta coscienza ecologica, forte spirito di adattamento.

Sono cresciuti con la TV generalista, ma hanno abbracciato internet. Cercano autenticità e sostanza.

🔍 Attenzione: no a slogan vuoti o claim pubblicitari aggressivi. Funzionano i contenuti di valore e le esperienze culturali.

 

Millennials / Gen Y (1981–1996)

I primi a vivere la transizione digitale. Sono multiculturali, disillusi da sistemi instabili, precari ma iperconnessi.

Cercano significato, coerenza, impatto. Molti di loro sono oggi genitori.

🔍 Attenzione: il marketing valoriale funziona, ma solo se non è greenwashing o storytelling fine a sé stesso.

 

Generazione Z (1997–2012)

Nativi digitali, sono cresciuti con i social e gli smartphone in mano.

Preferiscono l’autenticità alla perfezione, sono iper-visivi, multitasker, fluidi nei riferimenti identitari e culturali.

🔍 Attenzione: no alle dinamiche push o ai messaggi patinati. Sì a contenuti brevi, identitari, conversazionali.

 

Generazione Alpha (2013–2025)

La prima vera generazione “touch-first”, immersa in contenuti video, interattivi e personalizzati fin da piccolissimi.

Sono i figli dei Millennials, e cresceranno in un mondo definito dall’intelligenza artificiale, dalla crisi climatica e da un nuovo paradigma educativo.

🔍 Attenzione: non sono solo “piccoli consumatori”. Sono futuri cittadini, e la comunicazione rivolta a loro va pensata con una visione pedagogica, non solo commerciale.

Ogni messaggio lascia un’impronta.Anche (e soprattutto) sui più giovani

Conoscere le generazioni non serve solo a segmentare meglio il target.

Serve a portare rispetto. A decidere come parlare, a evitare stereotipi, a interrogarsi su quale immaginario si sta costruendo.

Perché se ogni generazione ha il diritto di essere ascoltata con i propri codici, ogni brand ha il dovere di non abusare di quella fiducia invisibile che i contenuti costruiscono ogni giorno.

Se vogliamo davvero avere un impatto, iniziamo a chiederci: qual è l’effetto a lungo termine delle nostre campagne su chi oggi ha 10, 15, 20 anni?

Educazione digitale: una responsabilità condivisa

Nel costruire strategie di comunicazione, parliamo spesso di segmenti di pubblico.
Ma quando si parla di bambini, preadolescenti e adolescenti, non si parla di target.
Si parla di persone in formazione. E di adulti che dovrebbero accompagnarli con cura.

Oggi, in Italia, un bambino su tre tra i 6 e i 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni.
Il 62% dei preadolescenti ha almeno un account social, spesso senza consapevolezza dei rischi e senza strumenti adeguati per proteggersi.

In un’epoca in cui il digitale è parte integrante della quotidianità, l’educazione digitale non è più un’opzione: è una priorità educativa, sociale, etica.

È da questa consapevolezza che nasce la campagna di Save the Children dedicata all’Educazione Digitale, e la guida per genitori e adulti “Essere Genitori nell’Era Digitale” – un riferimento prezioso per chi ogni giorno si trova accanto a bambine, bambini e adolescenti nel loro percorso online.

Cosa possiamo fare concretamente, come brand, marketer, educatori, genitori?

  • Conoscere le regole: dalla normativa GDPR al Digital Services Act, sapere cosa è lecito e cosa è sicuro è il primo passo.
  • Creare contenuti consapevoli: ogni messaggio può insegnare qualcosa, anche involontariamente. Che valore stiamo trasmettendo?
  • Educare all’uso critico dei media: stimolare domande, curiosità, confronto. Non solo fornire risposte o blocchi.
  • Essere alleati nella relazione: scuola, famiglia, brand possono lavorare insieme per costruire un ecosistema digitale più sano.
  • Diffondere risorse utili: come la guida di Save the Children, che propone consigli pratici per ogni fascia d’età e che può diventare uno strumento di supporto anche per le aziende che vogliono avviare progetti di CSR o employer branding inclusivi e attenti ai più giovani.

 

Perché non basta proteggere. Dobbiamo anche ispirare.

Il nostro ruolo – come comunicatori, strateghe, marketer o creativi – non è solo quello di vendere.
È quello di costruire cultura. Di aiutare i più giovani a crescere con immaginari che nutrano, non che svuotino.
Che stimolino libertà, non dipendenza. Che insegnino il valore dell’identità, non solo dell’immagine.

E forse, oggi più che mai, la vera innovazione è scegliere di avere un impatto che duri più di una conversione.

Stractegy

Crediamo in un futuro dove ogni azienda possa sfruttare il potere della strategia digitale per raggiungere i propri obiettivi di business. Vogliamo essere il partner di fiducia che guida le aziende attraverso questo percorso, combinando innovazione, tecnologia e creatività.

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